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Qual è il ruolo delle società di consulenza nell'iter per la certificazione (ISO 9000, ISO 14000, SOA. marcatura CE ecc..)?

Anche se quasi sempre l’azienda approccia il “problema” certificazione come un obbligo, il primo obiettivo del consulente dovrebbe essere quello di far vivere la messa in qualità della struttura aziendale come una grande opportunità di crescita e di valorizzazione della sua organizzazione, impostando l’intervento secondo due parole d’ordine fondamentali:

primo fondamentale: nessuna angoscia da certificazione

il nostro primo impegno è eliminare o comunque ridurre al minimo possibile il “fastidio” ed il costo (economico, temporale, organizzativo) derivante dagli adempimenti burocratici legati al conseguimento del certificato: contatti con l’ente di certificazione, pianificazione dell’audit, ricerca e preparazione delle evidenze documentali necessarie ecc.

secondo fondamentale: valorizzazione delle buone pratiche aziendali

il nostro secondo impegno, o meglio la seconda faccia dello stesso impegno, è far vivere a tutta la compagine aziendale il processo di certificazione come una grande opportunità per portare all’evidenza la propria capacità professionale, dando dignità e formale qualificazione ai propri abituali metodi di lavoro.
Le norme di riferimento ormai da tempo hanno adottato il cosiddetto “new approach” per cui non adottano modelli prescrittivi, ma lasciano ampia libertà sul “come” applicare i criteri in esse stabiliti, purché si dimostri la conformità a tali criteri delle modalità adottate.
Per altro verso, la pluriennale frequentazione dei più diversi contesti aziendali ha fatto maturare nei nostri consulenti la confidenza che le buone pratiche divenute abituali in una azienda rispondono fondamentalmente ai criteri di base delle norme di riferimento.
Se si vuole rendere un buon servizio all’azienda, qualificare il suo expertise e liberarla dalla sindrome da “notte prima degli esami” che sempre accompagna un processo di certificazione non vissuto consapevolmente, occorre che il consulente proceda innanzi tutto con una rilevazione puntuale di tali buone abitudini lavorative, le valorizzi dimostrandone la sostanziale conformità alla norma di riferimento, e quindi le rappresenti documentalmente.
La parola d’ordine è quindi, per quanto possibile, “fare il cerchio dove è finita la freccia” (che è anche il modo migliore per fare centro), ossia: non imporre regole predefinite, pretendendo, in base ad un presunto principio “di conformità” alla norma di riferimento, lo stravolgimento di abitudini operative consolidatesi nel tempo sulla base di oggettivi vincoli operativi, ma piuttosto valorizzare le vecchie abitudini evidenziandone la intrinseca ragionevolezza, e dando ad esse una rappresentazione formale nel sistema di gestione.
Documentare come regola di sistema quello che si fa, piuttosto che costringere ad adottare metodi e comportamenti non propri, tracciando quindi il cerchio documentale dove si è posizionata la freccia dei comportamenti, impone maggiore attenzione ed impegno da parte del consulente, ma produce un sistema sicuramente più stabile e partecipato perché poggiante su abitudini operative aziendalmente consolidate.

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